PER
LA DIFESA DELL’AMBIENTE MARINO E COSTIERO
Roma 18/19 ottobre 2003
Ambiente.
Non è un buon momento per l’ambiente e per l’ambientalismo. Gli anni ’90 sono stati vissuti
all’ombra di Rio de Janeiro con
grandi attese e troppe illusioni. L’onda della globalizzazione, la politica
neo-con del presidente americano, la guerra preventiva, l’attacco alle Nazioni
Unite sulla Pace e sull’Ambiente, la conseguente crisi del multi-lateralismo
sono i fattori che hanno posto l’intera questione ambientale in stallo. In
Italia il governo tenta di mettere in liquidazione . Pace ed Ambiente vengono
messe in gioco su scala mondiale dalla cieca accumulazione di potere, di
profitti, di risorse naturali ed umane messa in atto della rete delle grandi
compagnie. I poveri sono sempre più
poveri, i diritti umani e sociali vengono aggirati. Il potere dell’impero ha
ormai il controllo dei mercati, quello per cui si sono combattute due guerre
mondiali e una guerra fredda. Il nuovo tipo di guerra preventiva si combatte per
le risorse, l’acqua, petrolio e gas, il territorio. Senza un brusco ritorno
alla ragione l’umanità non ha futuro.
I
movimenti. C’è
una scommessa degli ambientalisti che si chiama integrazione, cioè assumere la
dimensione ambientale in tutte le politiche, nelle decisioni, nella cultura e
nell’informazione. La scommessa è tutt’altro che vinta. Brechtianamente
potremmo dire beati quei popoli che non hanno bisogno di eroi…. e di
ambientalisti. Il sogno più alto degli ecologisti è quello di diventare
paradossalmente inutili, come avverrebbe quando il fattore ambientale fosse, o
sarà, finalmente integrato in tutti gli aspetti della società e
dell’economia. Malauguratamente sta accadendo il contrario. In economia il
liberismo e le politiche di mercato tendono ad emarginare il fattore ambientale
come una esternalità. Nella società la globalizzazione moltiplica la povertà
ed amplifica le differenze in termini di benessere e di diritti di accesso
alle risorse naturali e tecnologiche. La povertà attualizza il problema
della sopravvivenza per milioni di uomini: lo scontro sociale ha per posta la
sopravvivenza e i diritti e lascia sullo sfondo le generazioni future, quelle
destinate a restare prive di risorse e
di ambiente. C’è dunque sempre più bisogno di ambientalismo in Italia e nel
mondo. Ricordo che in Italia, a parte la breve parentesi del centrosinistra e di
Ronchi, sono stati gli ambientalisti, non i governi, a fare le politiche
ambientali. Negli anni ’60 da
Italia Nostra ai Piani Urbanistici, negli anni ’70 da Seveso al
Servizio Sanitario Nazionale, negli anni ’80 da Montalto e Cernobyl alla
denuclearizzazione dell’energia, nei
’90 dai referendum alle agenzie per la protezione dell’ambiente. Oggi il
decreto di delega ambientale del Governo italiano si propone di cancellare il
patrimonio normativo faticosamente
accumulato negli anni 90. La parola torna quindi agli ambientalisti, si torna a
lottare per l’ambiente in Italia con una nuova saldatura con tra movimento e
la dimensione globale dei problemi, fatta di ambiente di società e di economia,
con la presenza esemplare della Legambiente a Genova a Johannesburg a
Firenze ed Assisi.
Ruolo
delle associazioni di base. Le
associazioni ambientaliste di base non sono articolazioni pure e semplici delle
istanze nazionali, nemmeno nella Legambiente. Ogni gruppo ha la sua storia ed i
suoi percorsi, il collegamento locale-nazionale avviene per adesione ai
programmi. Si sceglie un referente nazionale o internazionale perché se ne
condividono le finalità concrete. La visione ecologica dei problemi è frutto
ormai di un pensiero mondiale. L’articolazione sul territorio è nelle nostre
mani. L’azione ambientale non si presta a conflitti ideologici, ogni programma
è un valore aggiunto. I principi
sono generalmente condivisi. Cosa fare, dove
quando e come, è materia della rete di iniziative locali; è
una goccia nel mare. C’è molto più
da fare che forze per farlo. Gli spazi dell’azione ambientale sul territorio
sono in gran parte deserti.
Il
nostro è un circolo di mare. Attraverso l’esperienza del degrado
inarrestabile del mare e delle coste, lentamente, negli anni ha acquisito la
consapevolezza della necessità e della possibilità di agire concretamente per
la difesa dell’ambiente marino. L’incontro con la Legambiente è avvenuto
intorno a progetti concreti di risanamento quando abbiamo capito che senza la
Legambiente con organizzazione, risorse, capacità di collegare i soggetti
diversi che operano nell’ambiente marino e costiero, i mezzi di informazione e
comunicazione di massa, i giornali, e le amministrazioni, il Ministero
dell’Ambiente non si sarebbe riusciti a portare a termine nessun progetto né a diffonderne adeguatamente i risultati.
Sono
stati pagati i prezzi dovuti ad incomprensione, arretratezza ed al vero e
proprio deficit di cultura ecologica della sinistra. Con le associazioni di
origine ARCI, UISP, ma anche con Greenpeace il nostro circolo ha vissuto
fratture e conflitti e non ha potuto traghettare tutta la sua forza associativa
né la sua forza rappresentativa. Sono state perdute rendite di posizione, posti
di potere, finanziamenti, infrastrutture. Se ne sono andati gli scettici e i
nemici ma anche gli eco-furbi, quelli che pensavano che il logo della
Legambiente sarebbe stato un buon affare di tipo commerciale e ci sono rimasti
male. Altri hanno invece lodevolmente seguito altre strade, WWF, Marevivo ma
anche tante iniziative locali che, Legambiente o no,
sono in prima fila per la difesa dell’ambiente marino. A Marevivo gente
nostra è oggi alla direzione generale dove fa buone campagne, che
magari somigliano tanto alle nostre. Come si vede i percorsi sono di
crescita ma anche di differenziazione. Oggi il circolo è efficace non solo in
ragione dei suoi effettivi numerici o delle sue capacità tecniche, ma grazie
alla convergenza di obiettivi ed alla capacità di cooperare con una rete di
soggetti che sono le cooperative di pescatori, i diving, gli altri
circoli marini esterni ed interni alla Legambiente, la Legambiente stessa
regionale e nazionale. Per operare con efficienza e qualità in queste reti c’è
bisogno di accordi e di condivisioni, di capacità individuali e collettive e di
spirito di sacrificio, non di gerarchie né di comandi o coordinamenti. Ci sono
stati problemi in questo senso nella Legambiente Lazio. Mi sembra di poter dire
che li abbiamo superati per merito del buon senso di tutti gli interlocutori e
del regionale. Devo però anche verificare
ancora una volta che i conflitti per le attribuzioni burocratiche lasciano alle
spalle una sensazione di frustrazione, difficile da metabolizzare.
L’associazionismo non ne guadagna mai.
Ecosistema mare. L’ambiente marino è fatto di mare e di
costa. I problemi della costa sono problemi di mare ma
anche di terra e degli insediamenti urbani e industriali. Il mare è
stato sempre fondamentalmente considerato una pattumiera. Abbiamo 8000 km di
costa, più di ogni altro paese in Europa. Osservando le luci notturne dal
satellite non ci sono grandi discontinuità: la costa italiana è quasi
tutta antropizzata. Le città, le industrie, i fiumi sversano inquinanti
in mare senza sosta. Strade,
ferrovie, infrastrutture portuali
ed il dilavamento dei bacini fluviali spostano ed erodono la riserva sabbiosa
delle spiagge e delle dune. Gli operatori turistici vedono scomparire sotto i
loro occhi la ricchezza naturale di
cui hanno bisogno, come sta accadendo sul litorale romano davanti al Parco di
Castelporziano. Il mare è generoso, dicono gli ecologi, più generoso della
terra e dell’aria. Ha capacità di recupero ecosistemico impensabili se gli
viene restituita un po’ di pace. Ma basta mettere il naso sotto il pelo
dell’acqua per osservare la storia intera dei misfatti dell’uomo e depositi
stratificati di rifiuti solidi appartenenti a tutti i tipi tecnologici e
merceologici, resti di strumenti destinati alla pesca, ed alla navigazione,
i miseri resti del patrimonio archeologico sommerso sfuggiti alla
depredazione. Non è una bella storia quella che racconta il fondo del mare:
c’è molto di cui la specie umana si deve vergognare.
State certi che nessuna amministrazione comunale accetterebbe di esporre
alla vista il sudiciume che si accumula sotto il pelo dell’acqua davanti ai
propri lungomare.
C’è
il problema dei trasporti marittimi, gli sversamenti di sostanze chimiche e di
idrocarburi, il mare nero. L’incendio della petroliera Haven ha indotto nei
fondali liguri una mutazione genetica: per noi che lo guardiamo e’ un altro
mondo, altri paesaggi, altri animali. C’è il problema dell’abusivismo
edilizio che porta il cemento sulle spiagge e sulle coste rocciose. C’è il
problema dell’inquinamento biologico, dei depuratori che non funzionano. C’è
la modifica biochimica delle acque profonde con l’apporto di veleni, metalli
pesanti, sostanze eutrofizzanti, mucillaggini, che producono effetti visibili e
gravi sulla fauna bentonica e sulla Posidonia e avvelenano in modo per ora poco
controllato il pesce che arriva sulle nostre tavole.
Cambiano
i cicli biogeochimici marini col rischio di compromettere il ciclo di
assorbimento del carbonio da parte degli organismi marini e dello zooplancton.
Intanto la temperatura delle acque sale e
le specie tropicali sono arrivate nel Mar Ligure. Non è del tutto certo certo
che il livello del mediterraneo salirà quanto il livello degli oceani; è però
certo che l’energia intrappolata nell’atmosfera sta crescendo e che i
fenomeni meteomarini si accrescono per numero ed intensità mettendo a
repentaglio la costa e la navigazione. Il numero delle giornate serene fruibili
in mare va diminuendo rapidamente nel Mediterraneo.
Alla
conferenza sullo sviluppo sostenibile di Johannesburg del 2002 uno dei pochi
obbiettivi sui quali tutti i paesi hanno trovato l’accordo è la
ricostituzione delle risorse ittiche entro un decennio. In Italia nessuno se ne
è dato per inteso. Nel nostro mare non ci sono più pesci, né per mangiare né
per guardare. Non c’è più corallo rosso né ostriche, i ricci di mare sono a
rischio, si polverizza la roccia
per tirar fuori i datteri. Gli
operatori del settore subacqueo spediscono i clienti ai tropici mentre i
pescatori dilettanti perdono il loro tempo. Senza pesce da pescare è difficile
valorizzare le importanti esperienze di pesca-turismo che sono una risorsa per
le flotte di barche che vivono di piccola pesca. Tuttavia i ciancioli, le
spadare e le strascicanti non cessano di raschiare i bassi fondali che a
guardarli sembrano i campi arati in autunno. Non si fermano nemmeno davanti alle
Aree Protette. A Tor Paterno abbiamo identificato sul fondo l’ennesima
strascicante incagliata la scorsa settimana. Il bracconaggio continua
allegramente, anche se il servizio di guardia costiera è molto migliorato. In
fondo non bisogna dimenticare che il nostro è un Paese in cui sono legali le
gare di pesca subacquea, una sorta di tiro al piccione sottomarino, nonostante
gli impegni presi a parole dalle Federazioni sportive e che ha il più alto
livello di esportazione semi-tollerata di reperti archeologici sommersi,
ovviamente in nero.
Invertire la tendenza: le Aree Marine Protette. La
tendenza va invertita ed il punto di partenza efficace a scala regionale
è l’ampliamento ed il consolidamento delle Aree Marine Protette. La
istituzione di 1900 kmq di AMP è tra i migliori risultati del governo di
centrosinistra ed anche una delle aree di più aspro conflitto degli ultimi
anni. I passi in avanti sono pochi e difficili, le risorse economiche, tecniche
ed i nuovi posti di lavoro creati sono ancor meno. Molto bene ha fatto la
Legambiente a iniziare la pubblicazione di BLUMARE, la nuova rivista delle AMP,
che tiene sotto controllo lo sviluppo, i successi e gli insuccessi di un buon
numero di AMP e costituisce un punto di grande visibilità e di informazione
scientifica e per il pubblico sullo stato del mare. Non è il caso di ripetere
qui le ragioni scientifiche che sostengono l’importanza delle AMP come
strumento di rinaturalizzazione del mare ma è invece opportuno sottolineare che
esse sono una base nuova per un possibile uso sostenibile delle risorse
marino-costiere, del turismo, della pesca, che possono diffondere nuovi
comportamenti dei cittadini, più rispetto e più consapevolezza e infine che
possono testimoniare del mare com’era prima del degrado e che un altro mare è
possibile con i pesci, i delfini, i coralli, le gorgonie e le posidonie che si
possono vedere senza dover prendere l’aereo. Le AMP sono anche le sedi
possibili di sperimentazioni di nuove tecnologie per la protezione, la
sorveglianza ed il recupero ambientale, per i campi boe, per l’uso delle
telecamere per la visione diretta dei fondali mediante trasmissione a terra, per
nuove tecniche di protezione e recupero. Naturalmente tutto questo senza le associazioni ambientaliste
e senza la Legambiente non si può fare.
Nel
Lazio è stata costituita la AMP di Ventotene e Santo Stefano ma non di Ponza e
Palmarola. La storia della AMP di Ventotene è molto promettente: è un’isola cult
per i romani e non solo. La partenza è stata buona ma la crescita va sostenuta
con un apporto di risorse finanziarie ed umane ben diverso. C’è un altro tipo
di AMP, la riserva sommersa di Tor Paterno di Roma, 5 miglia al largo delle dune
di Castelporziano. Tradizionale sede delle peggiori violazioni delle regole da
parte degli abitanti del litorale è stata negli anni accanitamente
desertificata nonostante le leggi di protezione speciale. Istituita nel 2000
come AMP gestita da Roma Natura dovrebbe diventare la vetrina marina di Roma. La
Legambiente Lazio, noi e il Circolo del Litorale ci stiamo lavorando con Roma
Natura con il massimo impegno e vogliamo riuscire ad invertire la tendenza in
pochi anni. Quest’anno, con il finanziamento del Ministero dell’Ambiente e
della Difesa del Territorio, sarà installato un campo boe di nuova concezione
per l’ormeggio e per l’orientamento dei percorsi delle visite
subacquea. Ma il lavoro più difficile è cambiare le cattive abitudini della
gente e creare le necessarie opportunità per le attività economiche e
turistiche che possono fruire della AMP.
Caso e necessità. Il caso è che il settore sportivo e
ricreativo sia stato in grado in Italia di creare una generazione di subacquei
dotati di conoscenze e di capacità tecniche di grande rilievo, pur se
disgraziatamente privi di cultura ecologica e di visione ecosistemica del mare.
La caccia subacquea, ancora parzialmente consentita,
e le attività di fotocinematografia sono state e restano un veicolo di
larga diffusione di alcuni concetti e conoscenze di biologia marina. Meglio di
niente. Questi soggetti hanno le capacità per svolgere attività tecnicamente
impegnative, anche rischiose, che se acquisite dal mercato delle prestazioni
professionali avrebbero costi tali da rendere impensabile qualsiasi intervento
di protezione o di bonifica dei fondali. Nella Legambiente nazionale e
regionale, attraverso i campi di volontariato e la formazione attiva, anche
nelle scuole, si è tentato di creare le condizioni per
fare incontrare le capacità tecniche con la consapevolezza ambientale e
di creare un nuovo spazio
importante ed utile per il volontariato ambientale, capace di andare al di là
delle esibizioni televisive occasionali. L’operazione è riuscita solo in
parte.
La necessità è costituita dallo
stato di degrado delle aree marino-costiere, dalla mancanza ormai strategica di
risorse adeguate per la protezione dell’ambiente marino e costiero, dalla
sottovalutazione dei problemi del degrado marino per cui le amministrazioni
locali e nazionali non sono disposte a spendere più di tanto. E’ necessario
rimuovere masse imponenti di rifiuti solidi, plastica, reti, metalli, batterie,
gomme, cavi. E’ necessario ordinare i percorsi di visita per evitare che
“l’affetto” dei subacquei si traduca in impropri contatti con il fondale e
in souvenir. E’ necessario aiutare la ricerca scientifica con prelievi di
acqua, di sedimento, carotaggi, campionamenti, osservazioni sistematiche,
misure, transetti. Misurare lo stato di conservazione della Posidonia Oceanica
ed in particolare la densità e l’estensione in profondità della linea di
confine inferiore.
Caso
e necessità si possono proficuamente incontrare offrendo un’opportunità
all’ambiente ed una finalizzazione di alto valore sociale all’attività dei
volontari subacquei. I progetti della Legambiente sono una occasione di incontro
straordinaria. Così è stato per il programma di recupero delle reti disperse,
il programma di monitoraggio degli idrocarburi nei sedimenti costieri, il
monitoraggio della m/n Haven affondata, il programma “In fondo al mar” di
bonifica dei rifiuti solidi nelle Aree Protette gestito anche a Tor Paterno da
Legambiente Lazio, i programmi di bonifica e di promozione del patrimonio
archeologico sommerso a Ponza e a Ventotene, la campagna contro le gare sportive
di pesca subacquea. Così è ancora per le manifestazioni “Fondali Puliti”
che abbiamo portato negli anni sulle coste e nei fondali di Terracina, del
Circeo, di Anzio-Nettuno, di Ostia, di Ladispoli e di Civitavecchia con la
solidarietà dei circoli della Legambiente del Lazio e di molte associazioni
locali. Del pari importanti sono le giornate annuali di “Clean up the World”
che creano un momento di solidarietà mondiale per l’ambiente ed
il record annuale della
catena umana dei subacquei per la promozione delle AMP, non ancora ospitato dal
Lazio. Nel futuro ci sarà ancor più partecipazione attiva dei subacquei della
Legambiente in collaborazione con gli Enti Gestori e con le Amministrazioni alla
manutenzione delle strutture, alla sorveglianza, al monitoraggio ed alla
prospezione dei fondali delle Aree Marine Protette, anche con l’uso di nuove
tecnologie, ma anche alla costituzione di forum consultivi dei portatori di
interesse per la determinazione concertata delle modalità di gestione delle AMP
e per la regolamentazione e la
diffusione della informazione e del consenso tra i cittadini.