LEGAMBIENTE
LEGASUB UISP - SETTORE
AMBIENTE
CENTRO SUBACQUEO ROMANO
- SETTORE AMBIENTE
1997
PROGRAMMA
DI DIFESA E RECUPERO AMBIENTALE IN MEDITERRANEO
CAMPAGNA DELLE “RETI FANTASMA”
Scheda di rilevazione statistica delle reti abbandonate

Uno
dei problemi poco conosciuti dal grande pubblico, ma ben noto
ai subacquei è quello costituito dalle reti perse ed abbandonate in
mare, le cosiddette reti fantasma, spesso fonte di enormi danni all’ecosistema
marino. Proprio per offrire un contributo diretto alla conoscenza del fenomeno,
Legambiente Sub ha avviato fin dal 1996 in collaborazione con il Centro
Subacqueo Romano e con la Lega Pesca, una campagna sulle reti fantasma,
impostata sul doppio binario della ricerca e del recupero ambientale. Una scheda
elaborata con i biologi marini del Consorzio Mediterraneo, braccio scientifico
della Lega Pesca, è stata infatti distribuita a tutti i circoli subacquei
aderenti a Legambiente ed a tutte
le cooperative della Lega Pesca, per cercare di censire per la prima volta il
fenomeno a livello nazionale e di valutarne la reale entità e pericolosità per
la fauna e l’ambiente marino. In una serie di stazioni sperimentali inoltre,
viene eseguito un continuo monitoraggio di alcuni attrezzi di pesca per studiare
su scala temporale adeguata, la dinamica dell’impatto della rete con
l’ambiente e l’effettiva durata nel tempo di questo stesso impatto.
Accanto
a questi scopi più propriamente di ricerca, Legambiente Sub ha avviato
una serie di iniziative di recupero di reti ancora pescanti e manifestamente
dannose per l’ambiente, iniziata con lo spettacolare recupero della gigantesca
rete a circuizione che soffocava la splendida secca di Mezzo Canale, al largo
dell’Argentario, e proseguito con numerosi interventi ad Ustica, a Gaeta, al
Circeo ed in numerose altre località. Lo
svolgimento di questa campagna è
teso a bonificare l’ambiente marino dalle reti, dai tramagli e dalla miriade
di ragnatele di fili di nailon, cime e cimette. Deve essere realizzato uno
studio di valutazione preventivo sullo stato dei manufatti estranei
all’ambiente ; si deve cioè valutare attentamente il loro inserimento
nell’ambiente, se ad esempio concrezioni e formazioni di vario genere hanno
realizzato sul manufatto la loro dimora bisogna valutare se non si arrechi un
danno maggiore con l’asportazione dal fondo dei manufatti.
Il
lavoro deve essere articolato in due fasi. La prima fase deve condurre al
posizionamento esatto del manufatto sulla carta nautica annotando correttamente
le mire a terra, al rilevamento della zona interessata del fondale
e alla descrizione fisica del manufatto attraverso l’utilizzo di
attrezzature quali GPS, ecoscandaglio, importante è inoltre la ripresa del
manufatto che può essere fatta con
schizzi a disegno, macchine fotografiche subacquee e videocamere. La seconda
fase consisterà nella rimozione del manufatto. Per la rimozione si adotterà il
metodo del taglio, occasionalmente dello strappo. Si deciderà se salpare la
rete o lasciarla cadere sul fondo. Nel primo caso vi è la doppia opzione del
sollevamento mediante palloni o della trazione mediante cima e verricello o
natante in movimento. Sono assolutamente da evitare azioni volenterose di
eliminazione e recupero di reti e lenze fantasma con immersioni in apnea anche a
bassa profondità. Del pari occorre evitare il recupero improvvisato di attrezzi
pesanti, ancore, piombi, catene senza la progettazione accurata delle forze e
delle risorse di sollevamento necessarie.
Il primo grande successo della Campagna è la rimozione del cianciolo perduto intorno alla secca di Mezzo Canale dell'Argentario. Seguendo una segnalazione della Fisa Sub, la associazione Marevivo, che si è dotata di un programma per il recupero delle reti abbandonate, ha portato efficacemente a termine nel settembre 2003 il recupero di una seconda grande rete a circuizione, molto simile per estensione e profondità alla rete di Mezzo Canale, dalla Secca del Capo ad Est dell'Isola di Salina nelle Eolie. La tecnica utilizzata è stata la stessa che il Centro Subacqueo Romano ha messo a punto per la rete di Mezzo Canale. Essa è stata ulteriormente raffinata praticando un sistema di trazioni laterali sulla rete, ottenuta disponendo una serie di corpi morti sul fondo a -50 metri ed oltre, che hanno consentito di deviare dalla verticale le cime traenti dei palloni da sollevamento dando loro una componente orizzontale. Il sistema palloni-corpi morti è stato lasciato in opera per il tempo necessario affinché le correnti marine naturali ed il moto ondoso provocassero un progressivo distacco della rete dalle pareti verticali della secca, facilitando grandemente la fase finale del recupero della rete.
Una serie di altre operazione similari sarà programmata in collaborazione con i circoli dei volontari subacquei di Legambiente su tutto il territorio nazionale a partire dalle segnalazioni già pervenute.
PERCHé
UNA
CAMPAGNA PER IL RECUPERO DELLE RETI PERDUTE?
Il
Mediterraneo è un piccolo mare sul quale si affaccia un grande numero di paesi
e di popoli. E’ un mare chiuso condizionato dalle modalità avare del ricambio
oceanico attraverso la stretta gola di Gibilterra. Come e più di altri mari
simili ha mantenuto la sua centralità economica anche in epoca di
internazionalizzazione dell’economia e dei trasporti marittimi. Sulle sue
sponde contrapposte si affacciano simbolicamente il Nord ed il Sud del mondo,
recentemente anche il nuovo Sud balcanico, attori di una partita incerta per le
stesse sorti dell’umanità, ben lontana da una conclusione equa. Il
mediterraneo è assoggettato ad una pressione antropica ben al di là del limite
dello sviluppo sostenibile. Le coste sono teatro di imponenti esodi stagionali
di tipo turistico, di fenomeni di cementificazione spesso incontrollati. Da esse
si sversano in mare quantità enormi di rifiuti e liquami, spesso in disprezzo
delle leggi stesse dei paesi rivieraschi. I fenomeni di eutrofizzazione,
amplificati dai nutrienti di origine agricola ed industriale, hanno dato luogo a
processi di desertificazione dei fondali della piattaforma continentale. In
aggiunta una attività intimamente connessa alla cultura più profonda dei
popoli mediterranei, la pesca, ha superato i limiti imposti dalle leggi
dell’equilibrio riproduttivo dell’ecosistema marino. Le Nazioni Unite
attraverso l’UNEP hanno inserito questo mare nel novero dei punti critici
della terra. Decine e decine di programmi di cooperazione internazionale si
intrecciano attorno al mediterraneo in nome della salvezza di questo mare
facendo da ponte ad interessi a volte contrapposti.
Abbiamo
assistito con sollievo al rinvio (?) della profezia di Jacques Cousteau che
fissava a
fine secolo la morte
biologica del Mar Mediterraneo, ma siamo ben lontani da una qualsiasi inversione di
tendenza. Il nostro paese, titolare con la Grecia del maggior sviluppo costiero,
nonostante le buone intenzioni spesso dichiarate in sedi internazionali, si
mantiene agli ultimi posti in fatto di coerenza nell’applicazione di leggi e
misure di prevenzione e nel praticare iniziative di recupero della qualità
dell’ambiente marino. Valga per tutte come esempio la diatriba sui parchi
marini. In termini scientifici la situazione non è brillante. Dal punto di
vista sociale e culturale non c’è alcuna proporzione tra la ricchezza e la
bellezza dei nostri fondali e la esigua diffusione della conoscenza del mare e
delle pratiche industriali, turistiche e ricreative della sua fruizione
sostenibile.
In
conclusione crediamo, anche ponendo a frutto l’esperienza delle grandi
campagne di sensibilizzazione sostenute dalle associazioni ambientaliste, che si
debba operare attraverso grandi programmi tecnologici di salvaguardia e grandi
progetti di sviluppo sostenibile ma anche con grandi programmi di partecipazione
popolare e di diffusione della cultura e della conoscenza dell’ambiente marino
e della natura.
LE RETI FANTASMA. Tra gli effetti meno appariscenti delle pratiche
“non sostenibili” di pesca commerciale e sportiva le associazioni
ambientaliste e la Lega Sub della UISP hanno identificato i danni prodotti dalle
attrezzature perdute. Quasi tutti i fondali più ricchi in termini di fauna e
flora sottomarina sono avvolti da una ragnatela di fili di nailon, cime, cimette,
corde e quant’altro può testimoniare della pratica dissennata dei pescatori e
dei diportisti adottata per ancorare le imbarcazioni e trainare gli attrezzi. Ci
sono luoghi stupendi, come l’isolotto di Porto Ercole all’Argentario, dove
ancora cresce il corallo rosso, che sono un vero e proprio museo degli orrori e
un disastro ecologico dimenticato. Può sembrare incredibile, ma in un paese che
annovera le costiere rocciose più belle della Terra, non ci si riesce ad
accordare nemmeno per la installazione di ancoraggi fissi a galla, pratica
conosciuta ai filippini, agli egiziani, ai maldiviani, ma non agli italiani. Poi
ci sono le reti e i tramagli che vengono perduti a causa del maltempo e degli
errori di manovra. La nuova legge sulla pesca ha un poco ridotto la pressione
dei tramagli dei diportisti sulle costiere di medio fondale. Non ha però
sostanzialmente intaccato il fenomeno del bracconaggio. Vi è poi la grande
questione delle reti oceaniche e dei danni da esse inferti ai mammiferi marini.
Tutta questa attrezzatura devasta i fondali, continua inutilmente ad uccidere e
produce gravi danni ecologici.
Una
campagna di segnalazione e recupero delle reti fantasma coglie a pieno
l’opportunità di interessare la popolazione degli sportivi subacquei e, al
contempo, consente di mettere a fuoco rispetto a referenti sociali più generali
il problema della pesca sostenibile, della necessità delle aree protette e di
diffondere il concetto del “chi inquina paga” e della urgenza del
risanamento della fascia costiera. I benefici attesi non sono meramente estetici
se si considera che della ricchezza bioecologica di questa fascia di mare vivono
gran parte della pesca di pesce pregiato e praticamente tutto il turismo marino,
subacqueo e di superficie, del nostro paese.
Quattro
anni di esperienza hanno convinto la Lega Sub ed il Centro Subacqueo Romano
della vastità e della gravità del problema delle reti e degli attrezzi
fantasma. Si tratta di un problema molte volte a carattere locale, che può
essere affrontato con mezzi limitati, non troppo diversamente da quello dei
rifiuti. Altre volte il problema ha carattere regionale ed implica il ricorso a
grandi mezzi e a grandi campagne. Il paradigma di questo più grave tipo di
disastri è la grande rete a
circuizione che avvolge la secca di Mezzo Canale all’Argentario.
ELEMENTI DI UN
PROGRAMMA PER LE SCUOLE E I CLUB. Il
criterio di impostazione della campagna deve ragionevolmente puntare sulle
valenze generali dell’uso sostenibile della risorsa marina mediterranea, sul
volontariato e sul richiamo delle autorità locali e, quando occorre, regionali
allo svolgimento dei compiti di istituto in materia di prevenzione ed alla
predisposizione di iniziative appropriate di recupero e di risanamento per le
quali possono contare sull’appoggio anche tecnico-scientifico delle
associazioni ambientaliste. In questo senso le finalità della campagna possono
essere facilmente collegate alle finalità tecnico-didattiche delle scuole e dei
club subacquei ed ambientalisti a livello locale. In sede Legambiente si trova
una diretta consequenzialità con le iniziative di “Clean the world”. In
sede Lega Sub l’iniziativa può agevolmente essere collegata con i programmi
di formazione delle guide marine e degli operatori di tecniche di protezione
bio-ambientali. I
gruppi di appassionati che saranno interessati alla campagna si troveranno un
buon numero di problemi da risolvere.
La
prima questione è quella del monitoraggio e della segnalazione per i quali non esiste alcun organo tecnico dello stato
o delle regioni in grado di operare. La campagna deve porre in primo piano il
ruolo del volontariato e delle associazioni subacqueo-sportive. Occorre creare
un network capace di disegnare una mappa dei punti critici a livello nazionale e
un centro di raccolta, coordinamento, diffusione e pubblicazione dei dati
raccolti. In questo senso bisogna andare oltre il carattere solamente esemplare
delle campagne di Greenpeace, proprio in nome del fatto che l’azione combinata
del movimento dei subacquei, con il loro patrimonio tecnico ed operativo, e del
movimento ambientalista, può riuscire ad imporre
la necessaria inversione di tendenza su base partecipativa e non solo
repressiva, mediante la diffusione di un nuovo tipo di comportamenti e la
affermazione di un nuovo tipo di bisogni, ambientalmente favorevoli.
La
seconda questione è quella della documentazione
che comprende due fasi: la localizzazione
e la ripresa. La prima fase deve
condurre al posizionamento inequivoco del manufatto sulla carta nautica
annotando correttamente le mire a
terra, al rilevamento della zona interessata del fondale
e alla descrizione fisica del manufatto. Questa operazione può essere
condotta con attrezzature di normale dotazione di un circolo subacqueo
(imbarcazioni, GPS, ecoscandaglio) il cui uso è oggetto dei normali corsi di
operatore subacqueo della Lega Sub, ma può essere sostenuta dalla Lega e dal C.
Sub R. a livello centrale. La ripresa può essere fatta con schizzi a disegno,
macchine fotografiche subacquee e videocamere scafandrate. E’ indispensabile
per la terza fase che è quella indirizzata alla diffusione e alla circolazione
delle informazioni sulla campagna a livello di opinione pubblica e di reti
televisive locali e nazionali.
L’ultima
questione è quella della raccolta
generale dei dati sulla campagna, indispensabile
per il massimo successo dell’iniziativa. Potrà comprendere la creazione di
una piccola banca dati ed immagini e l’inserimento su internet dei dati e dei
messaggi. Può essere compito di Legambiente e Lega Sub.
IL RECUPERO AMBIENTALE E
I PROBLEMI DELLA SICUREZZA. Le
reti fantasma hanno prodotto vittime tra i subacquei, alcune illustri,
e molte situazioni critiche e potenzialmente pericolose. Il pericolo si
aggrava sia per le attrezzature poco visibili in acqua (tramagli monofilo a
maglie larghe) sia soprattutto per effetto della torbidità frequente nelle
acque costiere. In alcuni tratti di mare o in emergenza i subacquei possono
trovarsi a nuotare in condizioni di visibilità nulla. Un ammagliamento casuale
può evolvere drammaticamente se il compagno di coppia non può rendersi conto
dell’accaduto per effetto delle condizioni ambientali.
Il
pericolo connesso con l’esercizio dell’attività subacquea ordinaria si
moltiplica nelle attività di recupero. Azioni volenterose di eliminazione di
reti ed attrezzi sono sconsigliabili ove il subacqueo non disponga delle
tecniche necessarie e dell’opportuna assistenza. Da evitare assolutamente i
tentativi di recupero di reti e lenze fantasma con immersioni in apnea anche a
bassa profondità. Del pari occorre evitare il recupero improvvisato di attrezzi
pesanti, ancore, piombi, catene senza la progettazione accurata delle forze e
delle risorse di sollevamento necessarie.
Il
compito più complesso è quello del recupero delle reti in funzione
della loro dimensione, profondità, grado di integrazione con il substrato. La
tecnica di rimozione dipende dagli stessi parametri e dalle condizioni
ambientali e meteo. Per la rimozione si adotterà il metodo del taglio,
occasionalmente dello strappo. Si deciderà se salpare la rete o lasciarla
cadere sul fondo. Nel primo caso vi è la doppia opzione del sollevamento
mediante palloni o della trazione mediante cima e verricello o natante in
movimento. In ogni caso operazioni di bonifica non minimali richiedono la
compilazione di un rapporto preliminare di sicurezza contenente tutte le modalità
operative ed approvato centralmente dalla Lega Sub che darà su richiesta ogni
necessaria consulenza.
In casi di interesse regionale può essere necessario dare gli opportuni avvisi alle Capitanerie di Porto e/o richiedere adeguata assistenza e supporto.