LEGAMBIENTE SETTORE SUB

EROSIONE COSTIERA: FATTI ED INTERVENTI

 di: Toni Federico

 

L'erosione della costa ha origini complesse. Il delicato equilibrio tra mare e costa è turbata dall'attività agricola dell'uomo e dalla costruzione delle dighe.

Spesso la duna costiera è intersecata da strutture stradali e ferroviarie. L'interesse economico per le attività balneari ha promosso 

il ripascimento artificiale 

delle spiagge e la costruzione di dighe frangiflutti con poco rispetto per l'ambiente. 

La campagna per la protezione della fascia marino-costiera dall'erosione richiama problemi ecosistemici di equilibrio generale di gestione del territorio.

 Il Centro Subacqueo Romano per sostenere la campagna ha messo a punto questo dossier informativo.                  

  I fattori di pressione sulle aree costiere

Lo stato del mare e delle coste

Nuove tecnologie per il monitoraggio delle aree costiere

La risposta ambientalista

Il fenomeno dell’erosione costiera

La costa, linea di confine tra terra e mare,  ha subito nel tempo gli impatti collegati al ciclo dell’erosione che,  per  le cinture sabbiose, comprende le tre fasi dell’erosione vera e propria, del trasporto e del deposito dei sedimenti. Il ciclo si determina  in rapporto con la dinamica della colonna d’acqua sulla quale agiscono le onde, le maree, le correnti costiere,  i fenomeni climatici e geodinamici ordinari ed i cambiamenti globali. Le dinamiche di ciclo sono state favorevoli, nel lungo termine, alla fase di deposito ed accrescimento delle cinture costiere sabbiose fino alla metà del XX secolo (Vallega, 1999). La tendenza si sta invertendo  per effetto delle pressioni antropiche e dei cambiamenti del livello del mare per effetto serra. Le dinamiche geofisiche del ciclo dell’erosione in relazione alle tipologie costiere sono esposte in profondità nel documento allegato messo a punto dall’Enea. Anche se i fenomeni naturali, di natura tanto eccezionale che stagionale, hanno rilievo sui processi di erosione, gli effetti più gravi a medio termine sono di origine antropica.  L’erosione costiera è divenuta particolarmente severa dopo la II Guerra mondiale per effetto della rapida industrializzazione e dell’esaurimento delle riserve sedimentologiche di origine terrigena. La seguente tabella 1, calcolata da immagini aeree per il Giappone (34.536 km di coste metà circa delle quali soggette ad erosione), mette in evidenza l’accelerazione postbellica dei processi di degrado e consente di prevedere che, se il ritmo di erosione delle spiagge è di 1/6 di metro ogni anno, spiagge di profondità media di 30 metri verrebbero perdute in 180 anni al netto degli effetti dei cambiamenti climatici sul livello del mare.

 Tabella 1: Cambiamenti indotti dall’erosione costiera (Giappone, dati 1993)

Periodo

Cambiamenti (ha)

Totale

Variazioni medie di profondità (metri)

Erosione

Ripascimento

Perdita

Perdita annuale

Erosione

Ripascimento

Perdita

Perdita annuale

1900 - 1970

12.539

      7.480

5.059

72

9.499

13.2

       7.9

5.3

0.076

1970 - 1985

4.605

     2.210

2.395

160

4.8

      2.3

2.5

0.168

La costa non è un ecosistema stabile ma soggetto a cambiamenti su diverse scale temporali, lente o veloci e l’erosione costiera  non si può considerare un fenomeno né soltanto né prevalentemente di origine naturale, anzi è molto spesso dovuta alle pressioni antropiche. Viene stimato che il 25% del patrimonio costiero dell’Unione sia soggetto ad erosione, il 50% sia stabile e solo il 15% sia in crescita. Sono disponibili i dati europei sul fenomeno dell’erosione costiera prodotti dal Programma Corine (Corine Coast Erosion Program, 1998) e dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) che mettono in luce la gravitò del problema dell’erosione per tutti i paesi dell’Unione (Fig.1).  Le zone costiere occupano meno del 15% della superficie terrestre emersa ma ospitano più del 60% della popolazione mondiale che, ai ritmi attuali valutati a Rio de Janeiro (UNCED 1992), entro il 2025 diventerà più del 75%.  Le pratiche antropiche collegate a modelli di sviluppo non sostenibili mettono a rischio le zone temperate ed equatoriali dell’emisfero Nord (Fig.2). In Europa è soggetto a rischio l’86% delle coste. Le coste sono aree tipicamente povere rispetto alle medie europee. Le coste mediterranee non superano un PIL medio pari all’82% della media europea, laddove si considera pari al 120% la ricchezza economica dell’Europa nell’area delle capitali (EEA, 1999). Evidentemente le cose non stanno così in termini di patrimonio naturale del quale le aree costiere sono molto più dotate. Le zone costiere soffrono quindi di uno sviluppo non equilibrato, hanno problemi di sviluppo economico e di valorizzazione delle proprie risorse naturali. Questa è tra le  ragioni per la quali il 70% dei Fondi Strutturali dell’Unione Europea 1994-1999 è stato destinato alle aree costiere.

Fig.1: Dati europei sull’erosione costiera (EEA, 1999)  

Fig. 2  Ecosistemi costieri minacciati dallo sviluppo economico 

I fattori di pressione sulle aree costiere

I fattori naturali  che incidono sullo stato delle coste sono di natura meteoclimatica, le maree, le correnti, il moto ondoso ed i venti. I fattori di pressione legati alle attività umane si determinano in funzione delle modalità di gestione del territorio a ridosso della costa, delle opere a mare, del deficit dell’apporto detritico dai bacini fluviali determinato dall’impoverimento dell’apporto terrigeno, dalla regimazione dei corsi d’acqua per finalità energetiche ed agricole e da alcuni fattori di origine locale legati alla morfologia delle coste. I fenomeni di subsidenza costiera che incidono sulla linea della spiaggia possono avere origine naturale ma spesso sono prodotti da interventi umani sulla falda acquifera o dalle attività estrattive di gas naturale e petrolio. Le zone costiere subiscono pressioni ambientali di origine antropica superiori al normale per effetto del modello di sviluppo e di consumo attuale proprio perché sono i luoghi dove la gente ama vivere e lavorare e dove si svolge una grande percentuale delle attività ricreative e turistiche, che si sommano ad una quantità aumentata di attività di commerci e di scambi. I fattori di pressione sono determinati da una accentuata spinta all’urbanizzazione, dalla tendenza alla violazione delle leggi ed all’abusivismo edilizio, dalla preferenza per la infrastrutturazione trasportistica in aree costiere (strade, ferrovie), quando non addirittura sulla linea di costa, dai porti, dal turismo, dall’agricoltura, dalla pesca, dall’industria, ivi attirata anche da un più facile smaltimento di reflui e deiezioni, dagli impianti energetici che trovano acqua a portata di mano. Una schematica raccolta delle pressioni e degli impatti originati dai diversi settori di interesse economico è in Tab 2. 

Tab.2:  Attività (Driving Forces), pressioni ed impatti sui sistemi costieri

ATTIVITÀ UMANE

PRESSIONI

IMPATTI SULL’AMBIENTE

Urbanizzazione, Trasporti

Variazioni d’uso del territorio, porti, aereoporti, strade, ferrovie, congestione delle infrastrutture di trasporto, dragaggi e scarichi portuali, perdite di idrocarburi, rifiuti, prelievi idrici, reflui e scarichi in mare.

Perdite di habitat e biodiversità, danni paesaggistici, abbassamento delle falde idriche, intrusioni di acqua salata, inquinamento del mare, eutrofizzazione, introduzione di specie aliene, erosione e cementificazione delle coste, rischi per la salute dell’uomo.

Agricoltura

Restituzione  del territorio ad usi agricoli, uso di pesticidi e fertilizzanti, prelievi idrici, prelievi degli stock di risorse viventi, opere di canalizzazione dei corsi d’acqua, dighe,  impoverimento dei sedimenti e del patrimonio forestale.

Perdite di habitat e biodiversità, inquinamento del mare, eutrofizzazione, cattura dei sedimenti, impoverimento degli apporti di acqua al litorale, erosione costiera.

Turismo,

Attività ricreative

Costruzione di porti e infrastrutture per il turismo marino, cambio d’uso del territorio, urbanizzazione, congestione dei trasporti, prelievi idrici, produzione di rifiuti e reflui.

Perdite di habitat e biodiversità, disturbo agli ecosistemi, danni paesaggistici, abbassamento delle falde idriche, intrusioni di acqua salata negli acquiferi, inquinamento del mare, eutrofizzazione, rischi per la salute dell’uomo.

Pesca,

Acquacoltura

Costruzione di porti e banchine, stabilimenti per il trattamento del pesce con reflui e rifiuti, uso di attrezzature per la pesca industriale.

Overfishing, danneggiamento di specie non commerciali, rifiuti e oli pesanti sulle spiagge, inquinamento del mare, eutrofizzazione, introduzione di specie aliene, danni agli ecosistemi ed alle comunità acquatiche.

Industria,

Energia

Cambi d’uso del territorio, centrali elettriche, estrazione di risorse naturali, reflui di processo, acque di raffreddamento, opere fluviali, sbarramenti a mare.

Perdite di habitat e biodiversità, danni paesaggistici, inquinamento del mare, eutrofizzazione, rischi per la salute dell’uomo, cattura di sedimenti, diminuito apporto di acqua al litorale, erosione costiera.

Lo stato del mare e delle coste

La temperatura delle acque profonde nel Mediterraneo dell’Ovest è cresciuta di 0,13 °C in 40 anni e cresce anche all’Est. Sale la concentrazione dei nutrienti (nitrati e fosfati), e dei metalli pesanti mentre l’eliminazione del piombo dalle benzine ha fatto diminuire la concentrazione del piombo nelle acque superficiali.    

Lo stato delle coste è stato studiato in Europa dal Programma Corine che per l’Italia fa uso dei dati prodotti dall’Atlante delle spiagge italiane pubblicato dal CNR nel 1985. Non ci sono dati analitici quantitativi sullo stato e sulla dinamica della linea costiera italiana e non è pertanto possibile per ora quantificare gli effetti dell’erosione delle coste e degli arenili in termini di superficie perduta o di assottigliamento medio delle spiagge. E’ invece certo che i fattori di pressione stanno incrementando il degrado geo-morfologico della fascia costiera ed il dissesto delle dinamiche naturali delle dune con processi erosivi che sono ormai ben conosciuti ed identificati. Un quinto della costa Mediterranea è soggetto ad erosione (Corine Atlas, 1998). I Mediterraneo accoglie ogni anno, secondo dati 1998, 10 miliardi di tonnellate di rifiuti urbani e industriali trattati soltanto per il 10%, 1 milione di tonnellate di olio grezzo, in gran parte di origine illegale, 60000 tonnellate di detersivi, 3600 tonnellate di fosfati, 100 tonnellate di mercurio, grandi quantità di reflui organici. 70 fiumi veicolano reflui industriali, agricoli ed urbani. La concentrazione di idrocarburi è valutata in 0,5 microgrammi per litro che salgono fino a 10 in prossimità delle coste. Nonostante l’incremento netto degli impianti di trattamento il 60% dei reflui urbani non viene trattato.

Un terzo della popolazione europea  vive sulle coste e le pressioni sull’ambiente sono più che proporzionalmente aggravati dagli affollamenti stagionali dei turisti. Gli interessi delle attività umane che si svolgono a contatto con il mare sono frequentemente in conflitto con l’ambiente e perfino in conflitto tra loro per l’uso delle risorse. La densità abitative e gli usi prevalenti del territorio costiero per l’Italia  ed i paesi limitrofi sono indicati in figura 3. I processi di urbanizzazione hanno cancellato una gran parte della linea costiera naturale. Nella costa Nord Est del  Mediterraneo il 90% delle aree urbanizzate è sulle coste o immediatamente a ridosso (MAP Blueplan, 1985). Nella costa Sud il 55% della popolazione vive sul mare. Intorno a questo mare si sta verificando un raddoppio della popolazione urbana ogni 30 anni. Il numero delle città con più di un milione di abitanti è passato da 10 a 29 nello stesso periodo (da 2 a 17 al Sud dove il Cairo, il più grande agglomerato urbano a ridosso della costa,  ha raggiunto una densità di 21000 abitanti per Kmq) e le piccole città, più di 4000 con più di 10000 abitanti nel 1995, crescono ancora più rapidamente. La popolazione della regione, 400 milioni nel 1990, è attesa raggiungere 600 milioni nel 2025 con una concentrazione urbana dell’80% (EEA, 1999) e 200 milioni sulle coste. La superficie costiera coperta da strade arriverà a 10000 Kmq che ospiteranno 175 milioni di veicoli.

La regione Mediterranea è la principale tra le destinazioni turistiche del mondo intero potendo contare sul 30% degli arrivi internazionali. Le coste di Spagna, Francia ed Italia accolgono il 90% delle destinazioni. Al 2010 il Blue Plan 1998 prevede per le aree costiere 250 milioni di turisti internazionali per anno, quasi il doppio del 1990. Lo stesso documento stima un numero ancora doppio di turisti interni. Nella figura 4 sono mostrati i fattori di crescita delle aree urbanizzate e di quelle soggette ad infrastutturazione turistica nei vari paesi nell’arco 1970-1990. Impressionanti le variazioni per l’Italia (EEA, 1999). 

L’Agricoltura è in declino ma nelle regioni costiere è ancora il 9% della risorsa occupazionale, quasi il doppio della media europea. Nel Mediterraneo, ed in particolare in Italia,  ci sono limiti alle coltivazioni dovuti ai profili geomorfologici costieri, ma l’erosione dei litorali sabbiosi resta  in gran parte originata dalle pratiche agricole in terraferma, dallo sfruttamento eccessivo del terreno, dalla deforestazione e dalla desertificazione, dalla regimazione dei corsi d’acqua e dalla deriva delle acque irrigue. Una parte dei terreni restituiti dall’Agricoltura (set aside) può trovare nuove destinazioni per la ricostituzione di aree protette e la rinaturalizzazione, particolarmente in prossimità delle spiagge e delle aree costiere. 

Strade, autostrade e ferrovie formano lunghe barriere sulle coste che isolano e frammentano gli habitat naturali. Esse impediscono i processi naturali di formazione e sviluppo delle spiagge e sono dunque all’origine di molti dei processi di erosione costiera. Per assurdo l’erosione è spesso la causa della distruzione ricorrente anche delle stesse infrastrutture per effetto delle mareggiate. In Italia si è fatto ricorso ai percorsi costieri per strade e ferrovie giustificati dalla geomorfologia impervia dell’entroterra. Ciò rende necessari continui interventi di protezione che hanno sfigurato la linea costiera. Lo stesso vale per le opere a mare di ogni genere che vengono approntate per la portualità e per altri, i più disparati, fini. Gli effetti sui profili costieri e sullo stato di salute delle spiagge sono evidenti:

In molti casi è evidente come il modello di sviluppo economico generi conflitti nell’uso delle risorse per le varie attività. La prevalenza data allo sviluppo dei trasporti negli anni 50, anziché favorire lo sviluppo economico delle zone costiere, in particolare meridionali, le ha depauperate di una ricchezza naturale che oggi viene rimpianta, distruggendo coste, spiagge, dune, parchi, habitat unici e richiamando cemento, asfalto, edilizia abusiva a contatto col mare, ecomostri piccoli e grandi che non solo deturpano il paesaggio, ma impoveriscono le qualità ambientali della risorsa costiera, cioè della ragione principale di sviluppo economico di intere regioni. Il percorso giuridico ed amministrativo della legge Galasso, che per tempo pose il problema di un intervento deciso a favore del patrimonio costiero, non è che un triste esempio della prevalenza di interessi corti e miopi e di una sorta di connivenza autolesionistica tra amministrazione pubblica e privati.

Fig. 3: Densità abitative e uso del territorio nel Mediterraneo Centrale (EEA, 1999

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nuove tecnologie per il monitoraggio dell’erosione costiera

C’è una risposta tecnologica al problema della definizione quantitativa dei processi di erosione costiera. Considerato l’alto valore della risorsa, in particolare delle spiagge,  e il crescente interesse economico per il suo sfruttamento per attività turistiche e commerciali, il monitoraggio sistematico dei profili costieri può essere un approccio decisivo alla valutazione del danno prodotto  e alla pianificazione di interventi correttivi, ma anche un indice molto sensibile per tenere sotto controllo il processo dell’erosione costiera in tutta la sua complessità e le sue delicate interazioni con l’entroterra e con il sistema economico. Si tratta delle metodologie di elaborazione di immagini aerofotogrammetriche e  delle immagine digitali satellitari che ormai consentono una sensibilità dell’ordine dei metri e permettono non solo valutazioni qualitative sulla modifica della linea costiera indotta dalle infrastrutture vicine (Fig. 5) ma anche di monitorare accuratamente gli effetti globali a medio termine. Tecnologie Laser consentono di rilevare con grande precisione i profili altimetrici di una spiaggia e seguirne l’evoluzione stagionale ed i trend a medio termine. La società Telespazio  ha messo a disposizione di Legambiente alcune immagini molto eloquenti. L’elaborazione elettronica sistematica può basarsi su algoritmi capaci di calcolare indicatori quantitativi dello stato di erosione costiera,  aree lunghezze, morfologie  e degli  altri processi collegati. Il monitoraggio può essere esteso a tutta la linea costiera o, comunque, alle aree soggette alle pressioni maggiori. Consente per di più di tenere sotto controllo gli usi e gli abusi o le illegalità commesse sul territorio costiero. Un  progetto comune tra Legambiente, Telespazio ed Enea si propone di utilizzare e diffondere queste tecnologie tanto  a livello scientifico quanto a livello di informazione al pubblico,  anche in ragione del loro potenziale espressivo intrinseco, del basso costo e dell’alta efficienza tecnologica. Spetta evidentemente alle Agenzie di interesse pubblico dare corso all’utilizzo sistematico delle nuove tecnologie per lo studio dei processi di erosione costiera, finora precluso, e per l’osservazione degli effetti dei cambiamenti globali a medio lungo termine. 

Fig. 4: Spazio sottratto all’ambiente nel periodo

1970 – 1990 per le infrastrutturazioni dedicate alle attività del riposo e del tempo libero

ed alla  urbanizzazione

(Dati EEA, JRC della CE, 1999)

 

La risposta ambientalista

 L’urgenza e la  complessità del problema della gestione delle coste ha dato origine in Italia, in Europa e nel mondo a programmi integrati di gestione costiera (ICZM; Integrated Coastal Zone Management) basati sulla verifica dell’impatto ambientale, sulla pianificazione del territorio costiero, sulla gestione degli ecosistemi e sul controllo dell’inquinamento. Tali programmi sono però ancora prevalentemente in fase costitutiva.Il target di questi programmi è lo sviluppo sostenibile della costa, capace di assicurare la qualità della vita e dell’ambiente, la valorizzazione del patrimonio naturale, la conservazione della biodiversità e dell’enorme patrimonio storico  che si raccoglie sulle coste di mari come il Mediterraneo nel rispetto di tutte le diversità etniche e di tutte le culture e le religioni. Il fattore di maggior rilievo rispetto alle politiche tradizionali di protezione costiera è l’integrazione dei fattori basata sulla gestione coordinata di tutti i fattori d’impatto e sull’integrazione delle politiche amministrative. Uno di questi piani, già prima di Rio (Francia, Legge 2/86), definisce la costa "un'entità geografica che richiede una politica specifica di gestione, di protezione e di valorizzazione" avente per obiettivi:

L'aspetto protezione passa al primo posto mentre lo sviluppo viene previsto solo per le attività della tradizione marinara (pesca, colture marine, portualità, costruzione e riparazione delle navi, trasporti marittimi). Il legislatore esprime molte riserve riguardo l'estensione dell'urbanizzazione e delle infrastrutture: strade, porti turistici. Si richiede la:

  E' verosimile che tale sviluppo debba, per avere buon esito, fondarsi sui seguenti criteri:

 La risposta ai problemi della erosione costiera fa parte integrante di tali programmi ed è difficile pensare che essi possano essere affrontati al di fuori del contesto generale delle politiche territoriali per lo sviluppo sostenibile. In questa visione il riassetto sedimentologico della costa diventa una articolazione di un progetto integrato e generale di sviluppo che si riferisce, necessariamente, a processi di natura interregionale ed internazionale che devono essere governati in maniera coerente. A breve termine possono prevalere gli interventi di recupero e di ripristino dell’ambiente e di situazioni di rischio ambientale e di illegalità, così come azioni di controllo, monitoraggio e disinquinamento. Il ruolo di Legambiente in questo tipo di azioni si va ulteriormente consolidando con il doppio vantaggio di contribuire alla difesa dell’ambiente costiero e provocare l’allargamento della consapevolezza e della partecipazione dei cittadini e delle forze sociali ed economiche alle scelte di indirizzo. A medio termine vanno introdotti gli elementi strategici favorevoli all’uso ed allo sviluppo sostenibile della risorsa costiera, essenzialmente indirizzati alla riduzione dei fattori di pressione, alla progressiva modificazione dei modelli di fruizione e di consumo e degli usi del territorio. In queste due prime fasi il ruolo delle leggi, dei regolamenti, della sorveglianza da parte dei volontari e della diffusione tra il pubblico delle pratiche e degli usi buoni e sostenibili conserva una considerevole rilevanza. A lungo termine prevalgono le strategie dei piani integrati, la trasformazione dei fattori di mercato, le politiche di incentivo e gli effetti attivi del cambiamento globale del modello di sviluppo che contiene elementi strategici come:

In questa luce le tecniche ingegneristiche per il trattamento locale della costa, sviluppate nel passato in particolare per la protezione delle spiagge, sono da considerare  inadeguate, localistiche, costose  e meramente difensive. Da sole non risolvono il problema ed anzi, talvolta, lo aggravano. Metodi come le opere murarie a mare, i gabbioni, i rivestimenti, progettati per la difesa delle proprietà e delle infrastrutture costiere, distruggono le spiagge in breve tempo. Tali tecniche non hanno alcun effetto di mitigazione dei fattori di pressione antropica che sono all’origine dei problemi dell’erosione costiera, in particolare dell’impoverimento dei sedimenti e dell’infrastrutturazione delle coste. Le tecniche migliori, essenzialmente il ripascimento delle spiagge e le barriere frangiflutti, hanno qualche pretesa di contribuire ad una dinamica favorevole delle spiagge. Dati olandesi informano che il pompaggio sistematico di sabbia da fondali superiori ai –20 mt, programmato per recuperare la resilienza costiera,   ha consentito di ridurre gli effetti dell’erosione al costo dello spostamento di 7 milioni di metri cubi di sabbia, pagati non meno di 28 milioni di euro ogni anno (dati 1995). Al contrario in Giappone, nell’arco di una politica di protezione durata trent’anni, dopo una preferenza accordata all’inizio a banchine e protezioni, se ne è dovuta constatare l’inefficienza e la preferenza si è spostata sulle barriere frangiflutti. Le barriere frangiflutti, di cui si fa largo uso in Italia, sono strutture murarie parallele e distanti dalla costa, continue o a tratti. Creano hanno un effetto modesto sul ripristino delle corrette dinamiche sedimentologiche. Hanno un elevato impatto ambientale e paesaggistico, anche nelle varianti sommerse. E’ impensabile il loro utilizzo di fronte a spiagge di alto valore paesaggistico e naturalistico. Le tecniche di ripascimento sono meno invasive ma estremamente costose e prive di qualsiasi efficacia nella ricostruzione della corretta dinamica di rinnovamento della spiaggia. Vanno praticate con continuità. Sono state messe a punto altre tecniche che, nei limiti degli interventi di recupero a breve termine, possono dare risultati anche migliori:

 Conclusioni 

Il tema dell’erosione delle coste è maturo per costituire oggetto di nuove iniziative per lo sviluppo sostenibile delle aree costiere. Gli organi tecnici delle amministrazioni centrali e locali devono essere stimolati all’adozione di nuove tecnologie per il monitoraggio sistematico degli ecosistemi costieri utilizzando riprese aeree, il laser, le immagini satellitari e grandi quantità di elaborazioni sul computer. Occorre costituire un archivio di dati dinamici ed evolutivi dello stato delle coste utilizzando estesamente le reti telematiche. Legambiente deve creare le condizioni perché il problema dell’erosione costiera trovi giusta collocazione nella coscienza ambientale dei cittadini e nelle politiche attive delle amministrazioni locali. In sintonia con la battaglia contro gli ecomostri bisogna ricacciare lontano dalle coste il grande ragno della rete stradale e ferroviaria e liberare i litorali dalla morsa del cemento legale ed abusivo, puntando sulle aree verdi, sul recupero di aree degradate, anche urbane e sulla valorizzazione del patrimonio naturale ed artistico affacciato sul mare. La grande urbanizzazione delle rive, causa primaria del degrado erosionale dell’intera linea di costa, deve spingere al riesame dei piani urbanistici e paesaggistici delle città marine promuovendo la qualità e rivalutando culture e colture locali. Vanno promosse campagne di “public awareness” del valore economico ed ecologico delle coste, che favoriscano modifiche sostanziali delle abitudini di fruizione del mare, delle spiagge e delle riviere rocciose anche puntando sulla capacità delle riserve marine di proporre l’immagine di un nuovo tipo di paesaggio costiero e di una nuova e più favorevole gestione del territorio che è in grado di evocare anche un rilancio dei servizi  e dell’occupazione, in particolare femminile e giovanile.

Intervento al  Consiglio Nazionale della Legambiente “Di mare in meglio”

 Roma, 8 Luglio 2000

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