SUBACQUEI ED AMBIENTE: PROGETTARE IL RECUPERO AMBIENTALE

tratto dall'intervento di Toni Federico

 CONVENTION DEI SUBACQUEI PER L’AMBIENTE

LEGAMBIENTE SUB

 Castelgandolfo,  Novembre 1999

Il movimento dei Subacquei per l’Ambiente è ormai  uscito dalla fase sperimentale e può assumere un ruolo definito e rilevante in favore della protezione dell'ambiente marino. Promosso da esperti ed appassionati di questa pratica sportiva con lo scopo di allargare la dimensione del volontariato anche alla difesa dell’ambiente marino costiero può a buon diritto oggi rappresentare una “terza via” tra sport ed attività commerciali e tra dilettantismo e professionismo. Il movimento si va infatti a sviluppare in una fase nella quale nel settore subacqueo si verificano cambiamenti rilevanti, qualche volta traumatici, che destabilizzano le vecchie rendite di posizione ed aprono la strada a forme di sfruttamento commerciale del settore, che se per qualche aspetto suscitano perplessità, hanno il grande pregio di aprire lo sport alla pratica di massa e di renderlo anche economicamente interessante per l'imprenditoria, specialmente giovanile, e per l'occupazione.

In questo quadro la posizione di Legambiente si è dimostrata al contempo prudente e strategicamente lungimirante come deve accadere quando al centro delle scelte si pone la necessità di cambiamento e rinnovamento di pratiche ed abitudini in favore dell’interesse della collettività. Per altri sport i conti tra dilettantismo e professionismo si sono fatti da tempo sia per effetto della loro maggiore diffusione sia per la presenza della competizione, in particolare olimpica. Lo sport in genere è diventato componente determinante della vita sociale, del benessere e della salute dei cittadini. In misura diversa lo sport fa ricorso alle risorse naturali ed ambientali ma in alcuni casi, e lo sport subacqueo è tra questi, l’ambiente è la vera ragion d’essere della pratica sportiva. Nonostante una così indiscutibile evidenza, i rapporti tra subacquei ed ambiente non sono stati semplici e per qualche verso non lo sono ancora. Può darsi che in qualche modo pesi ancora il peccato originale della pesca subacquea, una attività ancora praticata che non ha mai potuto dissimulare il suo carattere aggressivo nei riguardi dell’ambiente. Fuor da ogni settarismo siamo i primi ad ammettere che per quella strada i più hanno imparato a conoscere l’ambiente marino anche in maniera seria ed approfondita, magari meglio di quanto non facciano oggi i più superficiali tra i clienti dei diving. Per questo Legambiente, con atteggiamento laico, chiede a tutti i praticanti dello sport subacqueo di mettere la conservazione dell'ambiente marino sommerso ai primi posti nelle scelte e nei comportamenti. In particolare chiede:

Noi vorremmo che l'Italia, paese tra i più ricchi ed originali in fatto di patrimonio naturale marino e costiero, fondamentale per le attività turistiche ed industriali, fosse sempre all'avanguardia nelle proposte e nei negoziati per la difesa dell'ambiente marino. La CMAS ha votato per la moratoria, l'Italia no! Questo comportamento deve essere considerato emblematico di culture per le quali l'ambiente non è che una copertura di immagine, di atteggiamenti che al  “conoscere per predare” stentano a sostituire una scelta di “conoscere per proteggere”. Senza entrare qui nel merito delle cause e delle responsabilità del degrado ambientale marino, ma senza indulgenza verso la quota di responsabilità che compete ai subacquei, possiamo serenamente concordare che la qualità ambientale è la linfa vitale per lo sviluppo di questo settore. Ogni possibile attività di interesse  commerciale ha bisogno di una qualità ambientale crescente.

La protezione dell’ambiente marino è una necessità di tutti ed una conveniente opportunità per gli operatori del settore. Si veda a tal proposito il fiorire delle attività di interesse sportivo ed economico a ridosso dei parchi marini spagnoli e francesi e in Italia ad Ustica ed a Miramare. Come tutte le finalità che accomunano interessi individuali e collettivi, la protezione ambientale marina abbisogna dei volontari, coloro che qui come altrove mettono al servizio dell’ambiente e della collettività la propria tecnica ed i propri saperi. La figura del volontario va al di là della disputa tra dilettantismo e professionismo, legittima, ma in verità tutta interna agli aspetti tecnici della disciplina ed alle opportunità economiche collegate. I volontari si raccolgono intorno agli obiettivi comuni, ai programmi ed alle campagne per la difesa ambientale a prescindere dalla propria collocazione didattica, tecnica o professionale. Questa scelta ha consentito la promozione di un movimento di volontari subacquei senza conflitti con altre istanze o altre ipotesi, senza entrare nei meriti sportivi o tecnici, senza invasioni di campo. L’iniziativa dei “Volontari per l’ambiente” non ha mancato tuttavia di produrre scosse e traumi, riaprendo utilmente il dibattito sulla questione ambientale.

Non v’è dubbio che, più di altri, un volontario subacqueo ha bisogno di un patrimonio tecnico approfondito che gli permetta di operare in sicurezza in contesti anche molto lontani dagli standard abituali e, soprattutto, di organizzare e gestire in sicurezza ed efficienza il lavoro di gruppo. Tecnica e sicurezza sono  dunque i presupposti per la formazione di un volontario subacqueo cui si deve aggiungere un nuovo tipo di patrimonio conoscitivo ed operativo rivolto all’ambiente marino e costiero. La figura del “Volontario per l’ambiente” valorizza la complessità e la serietà dei percorsi formativi didattici, proponendo al contempo nuovi orizzonti programmatici e nuovi interessi. Le campagne di Legambiente, dalla pulizia dei fondali, ai campionamenti alle prospezioni, al risanamento di reti profonde come quella di Mezzo Canale, impegnano  tutta la gamma delle tecniche di immersione, anche la utilizzazione delle miscele come nel caso della campagna sul relitto della Haven. Le tradizionali motivazioni tecniche ci sono tutte ed in più il volontario subacqueo trova nuove motivazioni ambientali nelle quali la preparazione tecnica può risultare determinante per il conseguimento degli obiettivi. 

Per la progettazione attiva del recupero ambientale in mare occorrono nuovi percorsi di formazione tecnica degli operatori ambientali e delle guide marine. Il ruolo di queste due figure è di cerniera tra praticanti ed istruttori tecnici e si inserisce nei processi di formazione anche per creare a medio termine una generazione di istruttori dotati di grande consapevolezza ambientale. Operatore e guida marina possono considerarsi le due varianti, volontaria e professionale della medesima figura, ma certamente la responsabilità di partecipazione alla organizzazione dei gruppi conferisce alla guida obblighi di livello superiore. La guida marina ha una valenza occupazionale che può diventare di interesse per la fascia giovanile in relazione alla diffusione dei parchi e delle riserve marine, ma anche semplicemente, per qualificare in senso ambientale la prestazione sportiva ordinaria. Come già accade per le guide alpine e per le guide dei parchi terrestri, benché la mobilità e la intercambiabilità delle località marine si possa considerare superiore, il ruolo della guida marina riporta alla necessità di una approfondita conoscenza ed esperienza nelle fasce costiere regionali e locali con le quali la guida può dare contributi importanti alla promozione ed al recupero ambientale, quindi economico, delle località marine costiere. 

Negli anni recenti si è assistito ad un intreccio di iniziative legislative, parlamentari e regionali, per mettere ordine nel settore. Nelle tre proposte di legge nazionale presentate tra 1996 e 1997 con l’intento di riordinare il settore, nell’ordine da Caponi, Alemanno e Barrile,  che non hanno avuto seguito anche per l’eccesso di conflittualità e la mancanza di chiarezza programmatica, si osserva un interesse crescente per la dimensione ambientale dello sport e della professione. Nella proposta Caponi (art. 2) le attività subacquee devono essere “ecosostenibili e volte alla salvaguardia dell’ambiente”,  le organizzazioni didattiche “devono avere tra le finalità la cultura conservativa dell’ambiente” ed i centri di immersione e di addestramento devono “garantire il totale rispetto dell’ambiente subacqueo e non”. L’interesse da parte delle regioni sulla figura della guida trova l’espressione giuridica più coerente nella Legge 97/54 della Regione Toscana che introduce e disciplina la figura professionale della “Guida Ambientale” subacquea  che “accompagna persone o gruppi nella visita di ambienti naturali allo scopo di illustrarne le caratteristiche, i rapporti ecologici, il legame con la storia e le tradizioni culturali e fornire elementi di educazione ambientale”. Il testo della legge e delle proposte allegate stabilisce un salto di qualità normativo e comportamentale che non consente più sottovalutazioni della questione ambientale né nei percorsi didattici né nel bagaglio professionale e culturale degli operatori. La regione Sardegna ha adottato essa pure una nuova regolamentazione, aprendo però gli accessi su base curriculare, piuttosto che su percorsi formativi originali. Questa soluzione è ben vista da molti operatori, tanto che se ne è discusso in Regione Liguria in fase di licenziamento di una legge analoga. V'è però il rischio di far passare in secondo piano la professionalità ambientale delle guide. 

Nella  nostra proposta  la questione della valorizzazione dei parchi e delle riserve marine, l'opera di risanamento e prevenzione del degrado ambientale delle coste e la occupazione giovanile sono al primo posto. Questi indirizzi si armonizzano pienamente con i principi della qualità complessiva nei processi di formazione tecnica dei subacquei tanto sportivi che professionali, della attuazione delle norme di sicurezza, della preparazione tecnica approfondita per l’addestramento operativo alla difesa dell’ambiente marino e per la salvaguardia del patrimonio artistico e culturale sommerso. In questa direzione va favorito l’iter normativo e legislativo ai livelli nazionale e regionale per lo sviluppo sostenibile delle attività di settore e la salvaguardia dell’ambiente marino costiero. Va accelerata  la adozione delle disposizioni comunitarie ed internazionali in questa materia e dei regolamenti emessi in numero crescente dalle autorità di governo dei parchi marini. Va inoltre privilegiata la collaborazione con le istituzioni ed i programmi scientifici operanti nel mar Mediterraneo.  

Le aperture verso un allargamento delle opportunità professionali associate alla domanda crescente di fruizione della fascia marina costiera da parte dei subacquei sono in prima priorità, specialmente dove comincia a dare i suoi frutti l’opera di ripristino e riqualificazione ambientale,  in molti casi basata sulla istituzione di nuovi parchi e riserve, ma anche sulla eliminazione di vincoli delle aree penitenziarie. La sorveglianza contro l’illegalità e il bracconaggio è egualmente indispensabile e richiede la collaborazione di tutte le associazioni, i circoli ed i centri mare. Il consolidamento del volontariato, i campi subacquei e la cooperazione alle campagne per la  difesa ambientale nazionali ed internazionali, sono alla base di una intesa che può accomunare tutte le associazioni subacquee sportive e professionali. Il contributo  del volontariato subacqueo e delle guide marine nelle emergenze ambientali e nella rete istituzionale per la sicurezza in mare dell'uomo e dell'ambiente può essere di grande rilievo. 

Questa Convention può essere la sede più opportuna per l'apertura di un tavolo permanente di consultazione sui percorsi formativi degli operatori ambientali e delle  guide marine per gli aspetti che riguardano l'ambiente, le tecniche di prevenzione, prospezione e ripristino ambientale ed  il monitoraggio dello stato dell'ambiente. Tutte le federazioni, le agenzie e molte scuole e circoli possono contribuire con esperienze già assai mature, concertare punti di vista comuni e mettere a fuoco le necessarie criticità per promuovere progetti rilevanti per la protezione ed il recupero dell'ambienta marino.

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