AREA MARINA PROTETTA 

di

 TOR PATERNO 

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1999 ] Inaugurazione ] Rilievo dei fondali ] In fondo al mar ] CABOTO ] Il campo boe ]

 

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PRESENTAZIONE DEL PROGETTO

L'area della attuale Riserva Marina di Tor Paterno, l'Area Marina Protetta di Roma, gestita da Roma Natura, è la sede principale dell'attività del Centro Subacqueo Romano che orienta il lavoro dei suoi istruttori, dei suoi volontari e dei suoi soci verso la conoscenza, la protezione e la valorizzazione di questo straordinario sito. Il Centro ritiene che una parte almeno del tempo di tutti gli appassionati sportivi debba essere dedicato alla protezione dell'ambiente marino, ricchissimo di bellezza e di fascino, posto a rischio di degrado anche per effetto dell'attività subacquea. Per molto tempo i romani hanno preferito pensare che per godere fondali indimenticabili fosse necessario allontanarsi dalla Capitale di centinaia di km, verso la Toscana, le Isole Pontine o il Circeo. La Riserva di Tor Paterno è la prova che ciò non è necessario, che in poche ore si possono portare a termine immersioni indimenticabili e fare incontri inattesi.

l'istituzione dell'Area Marina Protetta ha consentito al centro di programmare un piano di attività pluriennale offrendo l'impegno e la capacità tecnica dei propri subacquei e ricevendo in cambio la gratificazione di un'attività gratificante, tecnicamente molto impegnativa, di avanguardia ed utile per contribuire a fare della Riserva Marina di Roma la vetrina di un nuovo modo di "fare sub" e di un ritrovato rapporto con la natura e l'ambiente.

Dal 1999 ad oggi il Progetto si sviluppa con una rinnovata sequenza di interventi ed azioni svolte in collaborazione con una pluralità di soggetti con i quali abbiamo condiviso gli sforzi e le finalità del lavoro. Suggeriamo di visitare tutti costoro collegandosi con i relativi siti web o scrivendo loro una e-mail.

Di seguito si trova la documentazione del Progetto nelle varie annualità. Cominciamo intanto con il riportare una  bella  presentazione della Riserva. 

 

L'AMBIENTE NATURALE E STORICO DELLA  RISERVA DI TOR PATERNO 

GENESI ED EVOLUZIONE. Nel Pleistocene, il Vulcano Laziale e il Vulcano Sabatino, oggi sede rispettivamente dei laghi di Albano e di Bracciano, erano in piena attività.

La valle che li divideva era già attraversata dal Tevere che scorreva con un percorso molto simile a quello attuale, trasportando verso il mare una grande quantità dei minerali prodotti dai vulcani ed alimentando così la spiaggia, modellata dai venti e dalle correnti marine. Nel volgere dei millenni il corso del Tevere ha subito diversi spostamenti dovuti alla sedimentazione e, in maniera più rilevante, alle variazioni del livello del mare conseguenza delle glaciazioni. Sostanziali mutamenti hanno interessato anche la linea di costa che 50.000 anni fa, all’epoca dell’ultima glaciazione, si trovava molto più avanti, essendo il mare di oltre 100 metri inferiore al livello attuale. Successivamente il mare ha riguadagnato terreno fino all’epoca romana quando il cambiamento dell’uso dei suoli a monte, che iniziavano ad essere disboscati, ha prodotto un aumento dei sedimenti trasportati dal fiume e dunque un nuovo avanzamento della linea costiera. Questo avanzamento, dapprima moderato, si è particolarmente intensificato a partire dal XVI secolo, quando la destinazione dei terreni ad uso agricolo ha subito un notevole impulso ed il taglio dei boschi è divenuta una pratica generalizzata. Oggi si assiste ad una nuova inversione di tendenza: la costruzione di dighe e l’intensa attività di estrazione di sedimento dal fiume Tevere a monte di Roma (per l’utilizzo in edilizia), sta causando un nuovo arretramento della costa con notevoli ripercussioni sull’attività turistica.

LA SPIAGGIA. L’ambiente della spiaggia sabbiosa ha uno sviluppo sostanzialmente lineare e può essere ridotto a una fascia larga poche centinaia di metri, ma molto sviluppata nel senso della lunghezza. L’Italia possiede circa 9.000 chilometri di coste marine, buona parte delle quali è occupata dalle spiagge. Tale ambiente si estende dal limite raggiunto dalle acque marine in condizione di bassa marea fino alle dune più alte e boscose e comprende anche le lagune retrodunali, così chiamate perché si formano per ristagno di acqua dolce e salata nelle depressioni situate fra le dune. L’elemento unificante è rappresentato dalla sabbia, roccia disgregata in minuscoli granelli dall’azione meccanica del vento e delle onde. La sabbia viene classificata in funzione delle dimensione dei granelli, che passano da quelli più piccoli, che misurano 0,2 millimetri, a quelli grandi fino a 2 millimetri. La sabbia riflette le caratteristiche del substrato da cui proviene. Le sabbie più diffuse sono quelle quarzifere, ricche quindi di silicio, che contengono anche altri composti ed elementi, fra cui il ferro che dà un colore grigio scuro alle spiagge “ferrose”. Nelle zone granitiche la sabbia si presenta di un delicato colore rosa che deriva dalla demolizione dei graniti rosa (fatto che si verifica in molte zone della Sardegna); in altre località è bianca perché è formata da frammenti di gusci di conchiglie (queste sabbie, ricche di calcio, sono tipiche di alcune zone dell’Adriatico e dell’Egeo).

Le spiagge romane sono del tipo quarzifero ed hanno una granulometria variabile, influenzata dalla distanza dal delta tiberino e dalle correnti. A Capocotta il diametro medio dei sedimenti è compreso tra le sabbie medie e le sabbie fini.Nei fondali superiori ai 10 metri sono presenti anche sabbie grossolane. Le spiagge sabbiose sono generalmente meno popolate da animali di quelle rocciose. Questi animali sono per le maggior parte specie fossorie, cioè che vivono sotto terra e quindi difficilmente visibili a chi cammini sulla spiaggia e hanno una distribuzione zonale che può essere scoperta solo scavando nella sabbia. La fascia superiore delle spiagge sabbiose è in genere popolate da crostacei; lungo le coste temperate i più comuni sono gli anfipodi o pulci di mare, che vivono nella parte più alta delle spiagge sabbiose e hanno come principale fonte alimentare il kelp, alghe laminari che, soprattutto in estate, offrono ospitalità a grandi quantità di insetti. Vermi e crostacei si trovano in uguale misura nella fascia intermedia della zona intertidale mentre la fascia inferiore è caratterizzata da molluschi, vermi, crostacei e altri gruppi di animali. Molti granchi delle fasce intermedia e inferiore formano grossi aggregati e, talvolta, possono raggiungere lunghezze di parecchi centimetri.

Gli organismi che vivono sulle spiagge sabbiose devono far fronte, ad ogni ciclo di marea, al movimento della sabbia, la quale ha un effetto di levigatura e di abrasione sui loro gusci o sull’epidermide. Le condizioni più difficili si trovano, in genere, sulle spiagge con sabbia molto grossa. Habitat del genere non ospitano grossi invertebrati, mentre spiagge con sedimenti più fini sono meno soggette al movimento della sabbia e sono pertanto popolate de un maggior numero sia di specie sia di individui. Alcuni degli animali che vivono sulla spiaggia, come le pulci di mare e certi crostacei isopodi, trasportano con loro le uova fino a quando nascono i piccoli; tuttavia la maggior parte della fauna presente in questo habitat depone i gameti in mare. Così i giovani appena nati, quando cominciano a nuotare, vengono portati dalle onde lontano dalla loro spiaggia di origine. Di conseguenza, si possono formare nuove colonie su spiagge distanti dal territorio occupato dai genitori. Esse spesso non riescono però a sopravvivere fino alla fase riproduttiva. Pertanto, le popolazioni che si trovano sulle spiagge sono spesso sporadiche e imprevedibili, soprattutto dove la durata della vita è di soli uno o due  anni.

I FONDALI. I rilievi batimetrici dei fondali antistanti le spiagge romane, evidenziano una topografia uniforme, anch’essa determinata dall’apporto di sedimenti che dal delta del Tevere si riversano in mare. La granulometria di tali sedimenti, quasi esclusivamente di tipo sabbioso, è assai variabile in conseguenza dell’interazione tra l’apporto solido del fiume e l’azione del moto ondoso che lo redistribuisce sui bassi fondali. Il movimento delle correnti dà vita ad una serie di “barre”, lingue di sabbia poco al di sotto del livello del mare, che si dispongono parallelamente alla costa.

LE SECCHE DI TOR PATERNO. Longitudinalmente, la continuità dei fondali è interrotta dalle secche di Tor Paterno che si estendono poco oltre Capocotta, in direzione quasi  normale alla linea costiera, lungo l’asse WSW, con profondità che variano tra i 2 e i 120 metri. Si tratta di due secche che, con molta probabilità, fanno parte di un’unica carena rocciosa e sono separate da un canale di profondità compresa tra i 19 e i 35 metri, anch’esso roccioso, sebbene ricoperto da uno spesso strato di sabbia mista a fango. La prima, denominata “Secchitella di Paterno” (meglio conosciuta dai pescatori come “Il Forte”) è una lingua rocciosa costituita da scogli spartiti, misti ad alghe ed a sabbione, che inizia molto stretta per ampliarsi mano mano verso il largo dove raggiunge la massima profondità di 18 metri.

Nella seconda, la vera e propria “Secca di Paterno”, la roccia inizia alla profondità di 35 metri per terminare a 120 metri circa; oltre tale fondale, fino ai 140 metri, il fondo del mare continua ad essere duro per la presenza di “chianozze” basse (ammassi rocciosi tondeggianti), che diventano sempre più rade all’aumentare della profondità. Questa scogliera sommersa, lunga cinque miglia e larga in media poco meno di due, è costituita da rocce talora alte e frastagliate, miste a grossi sassi ed a morzate che si susseguono con bruschi ed improvvisi salti di profondità. La parte più movimentata è quella compresa tra i 35 ed i 65 metri, dove a causa delle rocce altissime che si elevano dal fondo, la profondità decresce rapidamente fino a raggiungere i 18 metri, meno della metà di quella circostante. Successivamente questa secca presenta rocce sempre più basse: dai 65 agli 87 metri di profondità, il fondo del mare risulta infatti coperto di scogli spartiti e, dagli 87 in poi, da chianozze. Gli ammassi rocciosi descritti ospitano frequenti tane e grotte dove trovano riparo saraghi, orate, murene, sgombri, ombrine, occhiate, castagnole, polpi e numerosi altri pesci di scoglio, compresi i crostacei. Le secche di Paterno sono l’unica zona, in tutto il Lazio centrale, ad ospitare le importantissime praterie di Posidonia oceanica, presente nella fascia compresa tra i 18 e i 40 metri di profondità della secca più esterna.

LA POSIDONIA OCEANICA. Le praterie di Posidonia rappresentano uno degli elementi fondamentali dell’equilibrio e della ricchezza dell’ambiente litorale costiero. La Posidonia non è un’alga, ma una fanerogama, ossia una pianta superiore endemica del Mediterraneo del quale colonizza ampie aree dando vita alle praterie o, laddove è presente in più strati, alle “matte”, formazioni a terrazzo costituite da un intreccio di vecchi rizomi e radici compattati dai sedimenti del fondo. In virtù delle sue elevate capacità fotosintetiche la Posidonia contribuisce in maniera notevole all’ossigenazione delle acque e le sue foglie morte vanno ad alimentare una rete trofica la cui base è costituita da batteri, funghi e protozoi e il vertice da predatori di livello superiore, tra cui i pesci. Le praterie sono popolate sia da alghe che da specie animali che spesso vi trovano rifugio nel loro stadio giovanile e dunque, un loro degrado influisce negativamente sull’intero sistema costiero, determinando un impoverimento sia quantitativo che qualitativo delle catene alimentari. Inoltre esse rappresentano un fattore di stabilità per i fondali, ammortizzando le onde e le correnti e trattenento il sedimento in transito. Per queste sue caratteristiche e per la particolare sensibilità alle alterazioni dei fattori ambientali, la Posidonia è utilizzata quale indicatore biologico per la valutazione dello stato di salute dell’ecosistema marino.  

NEL MARE DI ROMA: Il fondale delle Secche di Tor Paterno. L’immersione nel blu del mare aperto, lontani dalla costa, è già un’emozione particolare. La discesa lungo la cima dell’ancora fa piano piano distinguere i contorni del fondale. Una volta arrivati al fondo, ad una trentina di metri, ci si rende subito conto di essere in un ambiente molto ricco di vita, quale ormai è diventato difficile trovare in punti di immersione più vicini alla costa. Il tipo di ambiente è di configurazione molto variegata: pareti più o meno scoscese, elevazioni, canaloni, buche ramificate, rientranze buie. La luce della lampada rivela un colore, altrimenti genericamente scuro, il forte porpora dell’organismo più rappresentativo, la gorgonia Paramuricea clavata, coi suoi ventagli ampi e ramificati, sede di svariati organismi epibionti (che ci vivono sopra), quali molluschi, spugne , briozoi, lo cnidario parassita Gerardia savaglia, che fa diventare i rami della gorgonia improvvisamente di colore giallo. Come raramente succede, la più grande Paramuricea viene in qualche tratto affiancata dall’altra gorgonia Eunicella cavolinii, di dimensioni minori e di colore giallo intenso.  

Guardando in una piccola buca, per una vecchia ed inveterata abitudine, si intravede una macchia scura muoversi. La luce, meglio posizionata, inquadra una cernia bruna Ephinephelus marginatus che si intravede solo in parte dal piccolo pertugio: è un esemplare grande, farà una ventina di chili. E’ una festa vedere un animale di queste dimensioni, se si pensa che qualche miglio più in là c’è Ostia. Purtroppo, a smorzare in parte l’entusiasmo, provvede una rete, un tramaglio della piccola pesca, ad appena 5 o 6 metri dal buco della cernia e poco più in là un’altra rete, più grande, abbandonata e distesa come un manto soffocante sulle pareti della secca. A ricordarci che questa zona non è ancora “protetta” veramente. Poi, in un canalone che va avanti per decine di metri tra anse e restringimenti, sotto le pareti buie e a volta, costellate di piccoli buchi e di organismi dai colori accesi, quali la margherita di mare, il Parazoanthus axinellae, spugne, briozoi, madreporari solitari come la Leptosammia pruvoti, ecco che appare, sola soletta, una bella aragosta Palinurus elephas; un esemplare che però si vede ha già fatto qualche cattivo incontro, con un’antenna decisamente più corta dell’altra. In un’ambiente simile, ce ne potrebbero essere a decine, invece è sola.Tempo già di ritornare all’ancora, risalutare la cernia che stavolta si lascia gentilmente inquadrare di muso, e risalire lungo la cima, con qualche minuto sospesi a mezz’acqua nel tipico ozio contemplativo da decompressione e con la voglia di tornare ad esplorare meglio questo piccolo meraviglioso pezzo di mondo.

LA STORIA

L’epoca romana. La zona circostante il delta del Tevere, compresa tra Maccarese a nord e Castel Porziano - Capocotta a sud, era caratterizzata da estese paludi di acqua salmastra, oggi bonificate. L’evaporazione dell’acqua, molto intensa durante l’estate, dava vita a depositi di sale di un certo rilievo che in epoca romana rappresentavano un’importante fonte di approvvigionamento per la città. Nella zona meridionale del delta, tra Castel Fusano e Capocotta, le dune di sabbia, separando la palude dal mare, costituivano una fascia di terreno asciutto che veniva usata per il collegamento tra i piccoli centri litoranei e che, più tardi, fu usata per la creazione di una vera e propria strada, la Via Severiana. Questa via univa il centro portuale di Ostia a Lavinio, Anzio e Terracina e veniva usata per rifornire Ostia della calce dei monti Lepini. La vasta area compresa tra Roma e il suo litorale era caratterizzata dalla presenza di numerosi insediamenti di una certa importanza, quali Lavinium, Ficana, Laurentum e, soprattutto, Ostia e Porto.

La fascia più prossima al mare mostrò già in epoca romana la sua vocazione quale zona destinata al riposo e allo svago. Infatti, nonostante la presenza di piccoli villaggi di pescatori e pastori, spesso scomparsi senza lasciare alcuna traccia, la peculiarità di quest’area fu senz’altro la presenza di numerose ville residenziali utilizzate da chi, pur volendo rimanere nelle vicinanze di Roma, rifuggiva il caos cittadino che, evidentemente, rappresentava un problema già allora. Il primo che volle costruirsi la “villa al mare” fu Ortensio, ex pretore che aveva comandato la flotta romana nelle guerre macedoniche e che scelse di vivere in un luogo immerso nei boschi e da cui si vedesse il mare. I resti della sua villa si trovano oggi nei pressi del confine tra i parchi di Castel Fusano e Castel Porziano. Altri seguirono l’esempio di Ortensio e oggi rimane testimonianza di nove ville, la maggior parte delle quali è situata nella Tenuta presidenziale di Castel Porziano. Nell’ultima delle ville romane, verso Capocotta, chiamata la “Casetta della Regina Elena” in quanto fu rinvenuta nel 1906 per il diretto interessamento della regina d’Italia, si è trovata una bella copia del discobolo di Mirone, risalente al 142 d.C. e oggi custodita al Museo Nazionale Romano.  

La più nota, tuttavia, è senz’altro la Villa di Plinio, resa famosa da una lettera con la quale il proprietario ne descriveva la bellezza all’amico Gallo dandogli al contempo indicazioni per raggiungerla. Nonostante questo, solo recentemente la villa è stata localizzata con certezza essendo stata, in un primo tempo, identificata proprio in quella che fu di Ortensio all’interno di Castel Fusano. La villa, a pochi passi dalla Via Severiana, era vicinissima al mare dal quale oggi dista circa 600 metri ed occupava un tratto caratterizzato da dune, come dimostrano i dislivelli costruttivi progettati per consentire l’adattamento alla morfologia del terreno. Edificata in diverse fasi testimoniate dai differenti tipi di muratura (dalla opera reticolata del I sec. a.C. alla opera laterizia del II sec. d.C.), la villa è stata interessata da scavi sistematici solo a partire dal 1930, quando ormai buona parte dei suoi resti era già stata spogliata da scavi clandestini, e molto di ciò che si può osservare è opera di restauro, come l’arco in laterizio completamente riedificato negli anni ’30. La parte più bella oggi visibile, è senz’altro la zona termale, cui si accede salendo alcuni gradini che introducono nell’ apodyterium, ossia lo spogliatoio, pavimentato da un mosaico in tessere bianche e nere raffigurante Nettuno alla guida di due cavalli marini, circondato da fauna marina e da suonatori di flauto e di sistro. Dallo spogliatoio si poteva accedere al calidario (bagni caldi costituiti da vasche riscaldate da aria fatta circolare in un’intercapedine), o al frigidarium destinato ai bagni refrigeranti.  

Le torri di avvistamento e i castelli. In seguito al crollo del dominio imperiale di Roma, il litorale seguì il destino di tutta la campagna romana: le ville, i villaggi, l’intera città di Ostia, non più difendibili dalle scorrerie di barbari e predoni, vennero progressivamente abbandonati e resistettero solo alcuni insediamenti agricoli sparsi (massae) e le saline. Una prima riorganizzazione del territorio si ebbe nell’VIII secolo con la fondazione delle domuscultae, aziende agricole dipendenti dal papato con la funzione di approvvigionare la città che sempre più andava assumendo il carattere di feudo del pontefice. Tale esperienza durò appena un secolo: nel IX secolo le incursioni saracene provocarono una nuova spinta all’abbandono del litorale e al suo spopolamento. In questo periodo che, per far fronte alle incursioni dal mare, sulla costa vengono costruite le torri di avvistamento e segnalazione come Tor Boacciana, nei pressi della foce del Tevere, Torre Niccoliana, presso Fiumicino e Tor Paterno, avamposto della zona di Pratica e Castelporziano, che fu distrutta nel 1812 da marinai inglesi nel corso delle guerre napoleoniche. Queste torri trasmettevano i segnali di pericolo ad altre torri situate sulle alture dell’entroterra, per dare modo ai centri abitati di approntare le difese. Tra il X e l’XI secolo, nella zona litoranea cominciano a sorgere alcuni castelli attorno a cui prendono vita i castra, centri abitati concentrati e fortificati, spesso proprietà di grandi famiglie o del clero: nascono Castel di Decima, Pratica di mare, Castel di Leva, Castel Fusano, Castel Porziano (castrum Porciliani), Monte di Leva, Castel Romano.

Nel XIV e XV secolo, con l’introduzione delle armi da fuoco, le torri costiere vennero adeguate all’utilizzo delle artiglierie. Tuttavia esse si dimostravano insufficienti e la difesa delle coste doveva essere sempre più spesso demandata alle navi. Inoltre, lo straripamento del Tevere nel 1557 aveva causato l’avanzamento della costa, nei pressi del delta, di oltre 1000 metri, rendendo inutile Tor Boacciana, forse la più importante delle vedette costiere. Per questo, quando nel 1560 la flotta cristiana fu sconfitta a Gerbe dai Saraceni, rinfocolando la paura delle incursioni dei pirati, Pio IV Medici di Marignano dette incarico all’architetto Francesco Laparelli di revisionare tutto il sistema difensivo costiero. Il primo risultato fu l’edificazione della stupenda Tor S. Michele, edificio a pianta ottagonale nato da un progetto di Michelangelo Buonarroti. In seguito, con la Constitutio de aedificandis in oris maritimis di Pio V Ghisleri, vennero ristrutturate le torri di Maccarese e di Fiumicino e furono erette Tor Vaianica, Tor S. Lorenzo e, grazie a Marcantonio Colonna, Tor Paterna e Tor Materna nei pressi di Anzio.

Finito il Medio Evo i territori costieri si trasformarono in latifondi delle grandi famiglie che si avvicendavano nella proprietà delle tenute. Castel Fusano fu dei Fabii, dei Sacchetti e dei Chigi; Castel Porziano dei Neri e dei Grazioli; Capocotta, Campo Ascolano e Pratica furono dei Capranica e dei Borghese. Nel 1872 la Tenuta di Castel Porziano venne acquistata dai Savoia che, agli inizi del 1900 comprarono anche la Tenuta di Capocotta. Castel Porziano, bonificata nel 1918, fu utilizzata nel periodo fascista per mettere a coltura centinaia di ettari per la produzione di grano selezionato. Durante la seconda guerra mondiale fu occupata dall’esercito tedesco che fece scempio della fauna presente e fu anche sottoposta a pesanti bombardamenti da parte degli alleati.

Il dopoguerra. Nel 1948 la tenuta di Castel Porziano fu risanata e passò in dotazione al Presidente della Repubblica come tenuta di rappresentanza. Nel 1970 venne destinata a riserva naturale e, nello stesso anno, il Presidente Saragat donò al Comune di Roma circa 3 km. di spiaggia appartenente alla Tenuta. Capocotta, anch’essa bonificata nel dopoguerra e divenuta proprietà di una società denominata Marina Reale, fu oggetto di un tentativo di lottizzazione per la costruzione di ville e centri residenziali. Tale tentativo fu bloccato dal Ministero dei Lavori Pubblici che nel 1967 così scriveva al Comune di Roma: “Tenuto conto della preminente esigenza di salvaguardare e tutelare il patrimonio paesaggistico e scientifico di alto interesse Nazionale, di tutelare la disponibilità pubblica di un comprensorio litoraneo da destinare al tempo libero di tutti i cittadini e di un adeguato assetto della regione, si invita il Comune di Roma: a) ad esaminare la necessità di predisporre una variante al piano regolatore generale la quale consenta di vincolare l’intero comprensorio di Marina Reale destinandolo a verde pubblico con speciale vincolo di salvaguardia paesaggistica ed ecologica (riserva naturale); b) ad operare al fine di inserire il comprensorio nell’ambito delle riserve naturali in modo di garantire quella sua più piena ed efficace salvaguardia che i compiti istituzionali e le disponibilità finanziarie del Comune di Roma non possono assicurare; c) a precisare una disciplina dell’uso del comprensorio che consenta l’accesso del pubblico alla spiaggia (da mantenere libera), alla fascia retrostante e ad alcune zone marginali, definendo i limiti della zona da destinare a riserva naturale attraverso il perfezionamento degli studi svolti dagli enti e dalle organizzazioni citate; d) a curare un’attenta sorveglianza del comprensorio, per evitare che interventi esterni o incendi compromettano i valori che si intende tutelare...”.

IL PARCO DEL LlTORALE ROMANO. Il valore naturalistico dell’area del litorale è stato considerato fin dal primo momento in cui, nel nostro paese, vennero emanate le prime norme a tutela dell’integrità del territorio. La tenuta di Castel Porziano, difatti, è stata dichiarata, circa quarant’anni fa, area di notevole interesse pubblico e soggetta al vincolo di tutela del paesaggio, imposto dalla legge del 29 giugno 1939, n. 1497. Con delibera del 29 aprile 1988, n. 3654, la Giunta Regionale ha dichiarato la tenuta di Capocotta area di notevole interesse pubblico, includendola nell’elenco delle località da sottoporre alla tutela paesistica ai sensi della precedente legge del 1939. La tenuta di Castel Porziano fa parte della dotazione del Presidente della Repubblica. La tenuta di Capocotta è proprietà di privati. Alla fine degli anni ’70 si fa strada la proposta di riunire in un’unica grande area da tutelare un territorio di circa 30 000 ha. Nasce da qui l’idea del parco del Litorale Romano che racchiude aree di interesse naturalistico, siti e reperti storico-archeologici.

Il primo atto amministrativo che recepisce l’idea del parco è il decreto del 28 luglio 1987, n. 428, con il quale, il Ministro dell’Ambiente ha individuato le zone di importanza naturalistica del litorale romano, richiamandosi alla delibera del 10 aprile 1985, n. 3067, con la quale il Comune di Roma, all’interno del programma di sviluppo del litorale romano, prevedeva l’istituzione del parco regionale del litorale romano. L’area, pari a circa 19 000 ha, è di notevole estensione e comprende zone "caratterizzate da una ricca varietà di biotopi naturali, quali dune costiere, macchie mediterranee, boschi planiziari, zone umide e presentano in alcuni tratti associazioni vegetali costituite da tipiche essenze pioniere dotate di particolari adattamenti alle condizioni microclimatiche, nonché specie vegetali spontanee (erbacee, arbustive ed arboree) tipiche della macchia mediterranea di notevole valore scientifico e naturalistico".

Con Decreto del Ministro dell’Ambiente del 29 marzo 1996 è stata istituita la riserva naturale statale del Litorale Romano. Il Decreto che istituisce la Riserva ha delimitato definitivamente i confini della Riserva stessa. Il territorio si divide, amministrativamente, tra il Comune di Roma, in particolare la 13° circoscrizione, e il Comune di Fiumicino. L’area della riserva è stata oggetto, nel passato, di una intensa opera di urbanizzazione. In particolare alcune zone, come l’idroscalo e Isola Sacra, sono state teatro di edificazioni abusive. La conservazione del patrimonio naturale e paesistico, la difesa del patrimonio storico-archeologico, la valorizzazione del patrimonio agricolo costituiscono le finalità istitutive della riserva. L’obiettivo è quello di coniugare sviluppo economico a tutela ambientale, mutando l’idea stessa legata al territorio quale risorsa economica, nel passato concepita unicamente come rendita edilizia ed oggi tesa a favorire la valorizzazione degli aspetti specifici del territorio per usi turistico-ricreativi, culturali ecc. in grado di richiamare frequentatori dal’esterno.

Fanno parte del territorio della riserva aree di grande valore naturalistico: le aree umide di Maccarese e Macchiagrande, ultime testimonianze delle zone umide interne, alcuni residui di macchia mediterranea e di dune costiere, come le spiagge di Castel Porziano e Capocotta e Macchiagrande, importanti esempi di boschi naturali e coltivati costieri quali le tenute di Capocotta e Castel Porziano e le pinete di Castel Fusano e Coccia di Morto e Fregene, la foce del fiume Tevere. Le arre naturali citate sono inserite nel paesaggio agrario delle bonifiche di Maccarese e di Ostia, i cui caratteri di vasto comprensorio agro-forestale, oltre a delineare un quadro di indubbio valore storico testimoniale, assumono una particolare importanza ecologica in quanto assicurano la connessione tra le aree naturalisticamente pregiate. Nel territorio della riserva è presente inoltre un eccezionale patrimonio archeologico: i porti imperiali di Claudio e di Traiano, la città di Ostia Antica, la Necropoli di Porto ad Isola Sacra, la via Severiana, la villa romana di Plinio il Giovane, le torri medievali di avvistamento.  

L'AREA MARINA PROTETTA. L'istituzione dell'Area Protetta è storia recente.

 

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